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AI Act: i chatbot devono dirti che sono un'IA

Dal 2 agosto 2026 si applica l'articolo 50 del Regolamento UE 2024/1689, il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale conosciuto come AI Act: un'azienda che usa un chatbot per l'assistenza clienti deve dirti chiaramente che non stai parlando con una persona. Non è una norma per i soli grandi nomi dell'IA: vale per qualunque chatbot di assistenza, anche quello di un negozio online che non hai mai sentito nominare — a meno che non sia già ovvio dal contesto di parlare con una macchina.

Fabrizio Picco
scritta il 29 ottobre 2026 · si legge in 4 minuti

Hai scritto nella chat di assistenza di un sito, di una banca o di un operatore telefonico, e qualcosa nella risposta ti ha fatto sospettare che dall'altra parte non ci fosse una persona in carne e ossa. Da agosto 2026 c'è una legge europea che impone di dirtelo chiaramente. Qui trovi cosa prevede, quali chatbot riguarda, come fare a capirlo quando non è ovvio, e cosa puoi fare se un servizio non te lo dichiara.

Cosa dice la norma, in breve

La norma è l'articolo 50 del Regolamento UE 2024/1689, il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale conosciuto come AI Act, in vigore dal 2024. L'obbligo specifico sui chatbot si applica dal 2 agosto 2026: non è una proposta né una bozza, è legge obbligatoria da quella data.

L'obbligo, in sintesi: chi fornisce un sistema di intelligenza artificiale pensato per interagire direttamente con le persone — un chatbot, in pratica — deve informare chi lo sta usando che sta parlando con una macchina e non con un essere umano.

Le sanzioni per chi non rispetta l'obbligo possono arrivare fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo dell'azienda (si applica l'importo più alto fra i due), con cifre più basse per le piccole e medie imprese.

Non è una norma che «scade»: resta valida finché non cambia la norma stessa, non finché dura una promozione o un'offerta commerciale. E non è assoluta: la sezione successiva spiega quando l'obbligo di dichiararsi non si applica.

Quali chatbot sono coinvolti

L'obbligo non riguarda solo i grandi nomi dell'intelligenza artificiale generativa (ChatGPT, Gemini e simili): riguarda ogni chatbot di assistenza clienti che un'azienda qualunque — un negozio online, una banca, un operatore telefonico, un ente — mette a disposizione per rispondere a chi la contatta.

Se un sito ti fa parlare con un assistente automatico prima (o al posto) di un operatore umano, quell'assistente rientra nell'obbligo, qualunque sia l'azienda che lo usa.

C'è però un'eccezione prevista dalla norma stessa: non serve dichiararsi se è già ovvio dal contesto, per una persona ragionevolmente attenta, che dall'altra parte c'è una macchina e non una persona. Esiste anche un'eccezione per i sistemi che la legge autorizza a usare nella lotta ai reati.

L'eccezione del «contesto ovvio» lascia un margine di valutazione all'azienda: non esiste un elenco ufficiale di situazioni in cui si applica, va giudicata caso per caso.

Come riconoscere se stai parlando con un'IA

Un modo pratico per farsene un'idea è chiederlo esplicitamente: scrivi in chat «Sto parlando con un'intelligenza artificiale?» oppure «Sei un'IA o una persona?». La norma non obbliga il servizio a risponderti su richiesta: l'obbligo è informarti chiaramente al più tardi dalla prima interazione, non rispondere a una domanda specifica — ma un servizio che si nasconde quando glielo chiedi è comunque un segnale da non ignorare.

Molti chatbot lo dichiarano già da soli, senza bisogno di chiederlo: una scritta visibile all'apertura della chat («Assistente virtuale», «Risponde un'IA», «Chat automatica») oppure nel primo messaggio che ricevi.

Ci sono anche segnali indiretti, ma non sono una prova da soli: risposte che arrivano quasi istantaneamente, un tono molto uniforme, la stessa frase ripetuta davanti a domande diverse. Insieme alla mancanza di una dichiarazione chiara, sono un motivo in più per chiederlo direttamente.

Qui va una foto: uno screenshot di una chat di assistenza clienti con una dicitura visibile tipo «Assistente virtuale» o «Risponde un'IA», come esempio di dichiarazione fatta correttamente

Cosa fare se un servizio non lo dichiara

Se non trovi nessuna dichiarazione e il contesto non rende già ovvio che stai parlando con una macchina, oppure scopri dopo che era così, quel servizio non sta rispettando l'obbligo di trasparenza previsto dall'articolo 50 (a meno che non rientri nell'eccezione per i sistemi usati per legge nella lotta ai reati, un caso raro per un chatbot di assistenza clienti).

In Italia l'autorità competente è l'ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale): dal 23 ottobre 2026 vigila sull'applicazione dell'AI Act e riceve i reclami dei cittadini (D.lgs. 7 ottobre 2026, n. 179, art. 5 e art. 18, che richiama l'articolo 85 dell'AI Act). Nel frattempo, conviene comunque chiedere per iscritto al servizio clienti dell'azienda conferma della natura del sistema con cui hai parlato, così hai una risposta scritta a cui fare riferimento in un eventuale reclamo.

Le sanzioni per chi non rispetta l'obbligo arrivano fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale (importi più bassi per le PMI): art. 99(4)(g) dell'AI Act e art. 23 comma 2 del D.lgs. 179/2026.

I prezzi citati in questa guida sono quelli letti sul listino ufficiale del fornitore. Possono cambiare senza preavviso: controllali sul sito del fornitore prima di decidere.

Domande frequenti

Da quando è obbligatorio dichiarare se un chatbot è un'IA?

Dal 2 agosto 2026 si applica l'articolo 50 del Regolamento UE 2024/1689 (AI Act, in vigore dal 2024): non è una proposta, è legge obbligatoria.

L'obbligo riguarda solo ChatGPT e i grandi nomi dell'IA?

No: riguarda qualunque chatbot di assistenza clienti, anche quello di un negozio online o di un operatore telefonico poco conosciuto — a meno che non sia già ovvio dal contesto, per una persona ragionevolmente attenta, di parlare con una macchina: in quel caso l'obbligo non si applica.

Come faccio a sapere se sto parlando con un'IA?

Il modo più diretto è chiederlo: scrivi «Sto parlando con un'intelligenza artificiale?». Molti chatbot lo dichiarano già da soli con una scritta visibile all'apertura della chat.

Cosa succede se un servizio non dichiara di essere un'IA?

Non rispetta l'obbligo di trasparenza della norma e rischia una sanzione fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale (importi più bassi per le PMI). Il reclamo in Italia va all'ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale), autorità di vigilanza dal 23 ottobre 2026 (D.lgs. 179/2026, art. 18, che richiama l'art. 85 dell'AI Act).

Da dove vengono questi dati

Questa guida l’ho scritta con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e l’ho verificata sulle fonti qui sopra prima di pubblicarla. Come lavoro

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